COME UN GRANELLO DI SABBIA

Thursday, 16 February 2017

Scritto e diretto da Massimo Barilla e Salvatore Arena, anche interprete (scene Aldo Zucco; musiche originali Luigi Polimeni; disegno luci Stefano Barbagallo; Ylenia Zindato assistente alla regia),

 Come un granello di sabbia, è la storia di Giuseppe Gulotta e la sua lotta per ottenere verità e giustizia, dopo oltre 36 anni di calvario giudiziario e 22 di ingiusta detenzione, riconosciuta nel 2012 con il decimo di una lunga serie di processi di revisione che lo hanno definitivamente riabilitato, condannando lo Stato, con la sentenza dello scorso 26 novembre della Corte d’appello di Reggio Calabria, a pagare 6 milioni e mezzo di euro di risarcimento.
La sua storia, raccontata nel libro “Alkamar – La mia vita in carcere da innocente” (edizioni Chiarelettere), che Gulotta ha scritto a quattro mani con Nicola Biondo, è un incubo a occhi aperti. Il 13 febbraio del 1976 a 18 anni Giuseppe Gulotta, giovane muratore con una vita come tante, viene arrestato e costretto a confessare con la tortura l’omicidio di due carabinieri ad Alkamar, una piccola caserma in provincia di Trapani, in quella che viene ricordata come la strage di Alcamo Marina.
Il delitto nasconde misteri indicibili: servizi segreti e uomini dello Stato che trattano con gruppi neofascisti, traffici di armi e droga. Per far calare il silenzio serve un capro espiatorio, uno qualsiasi. È Gulotta, un innocente che non è mai fuggito, ha lottato a testa alta, restando lì come un granello di sabbia all’interno di un ingranaggio più grande di lui, vittima uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia d’Italia.

Per la sua lotta coraggiosa e per l’ingiustizia di cui è stato vittima, Gulotta ha ricevuto il Premio Horcynus Orca 2016.
In scena va una grande responsabilità. Quella di non tacere l’incredibile vicenda legale, la lunghissima serie di omissioni, errori, leggerezze, falsificazioni, palesi violazioni della legge che oggi ci fanno definire questa vicenda come una vera e propria frode giudiziaria. Va in scena la responsabilità di non tacere il contesto e gli interessi in campo che generano il dramma. Va in scena soprattutto la responsabilità di declinare la drammaturgia attraverso la vicenda umana di Giuseppe Gulotta (ma anche di Salvatore e Carmine – le due vittime della strage – o di Giovanni, Vincenzo, Gaetano – gli altri capri espiatori designati) rendendo giustizia alla sua dimensione personale, quella di una vita quasi interamente sottratta per ragioni inconfessabili. Provare a innescare un processo di identificazione in lui, pur senza aver attraversato quello che lui ha attraversato, senza aver sofferto quello che lui ha sofferto con un incredibile senso di dignità e consapevolezza. Provare a compiere – conclude Barilla – questo corto circuito narrativo riuscendo a sottrarsi a qualsiasi intento retorico”.

Teatro dell'Olivo

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@ Pier Luca Mori 2018

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