ANGELO BRANDUARDI

Mercoledì, 6 Agosto 2014 -

Così con il suo ultimo lavoro, “Il Rovo e la Rosa – Ballate d’amore e di morte”, Angelo Branduardi guarda al XVI secolo e pesca a piene mani nella tradizione del periodo elisabettiano, puntando a saldare produzione pop e lavoro di ricerca. In particolare riapre il grande libro delle “Child Ballads”, ovvero la monumentale antologia che il musicologo Francis J. Child raccolse nell’Ottocento compendiando il patrimonio culturale del folk inglese, scozzese ed irlandese poi trasmigrato anche in America, e Branduardi si sofferma sulle arie dell’età Elisabettiana in voga a cavallo tra Cinque e Seicento. “Il Rovo e la Rosa” sarà al centro del tour della prossima estate, e nuovamente il prossimo inverno nei teatri, come filo rosso di una antologia che proporrà, tra gli altri, i sempreverdi La Luna, Confessioni di un malandrino, Il dono del cervo… Si tratta quindi di un lavoro di “distruzione e ricostruzione” non solo musicale, ma anche sul piano dei testi, per riportarli a una versione allo stesso tempo fedele all’originale ed inedita.

Il concerto è costruito all’insegna del “meno c’è, più c’è”: Branduardi lavora per sottrazione, anziché per addizione, cercando essenzialità e pulizia, cerca il vuoto (al

contrario dei barbari che ne avevano terrore); più che a riempire gli spazi con

arrangiamenti su arrangiamenti, punta a lasciare anche i giusti silenzi, con l’obiettivo di permettere alle frasi musicali di respirare e di manifestarsi pienamente. Branduardi invita così il pubblico ad entrare in quello che lui definisce una sorta di “giardino segreto” da frequentare all’alba, in punta di piedi (scalzi), costruito su suoni che sono allo stesso tempo antichi e moderni, cogliendone le suggestioni e gli umori, ascoltando l’eco senza tempo di quegli antichi racconti popolari di amore e di morte, di incanti e avventure, tramandati per secoli e tutt’ora presenti nella memoria collettiva delle genti al di qua e al di là dell’Atlantico.

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