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Padre Eugenio Barsanti, l'inventore del motore a scoppio, nato in Versilia a Pietrasanta.

I Figli della Versilia. Colui che ha cambiato il mondo con la sua invenzione: il motore a scoppio.

Padre Eugenio Barsanti, ha ancora un posto nella storia? Oppure l'inventore del motore a scoppio, colui che in bene e in male ci ha cambiato la vita, un personaggio per gli addetti ai lavori, scippato della memoria dopo che gli scipparono il brevetto?

Si sono ricordati di lui, con un convegno e una mostra, i Rotary della Versilia, la sua terra natale.
E ci voleva, una iniziativa del genere, perché anche il grosso pubblico sapesse come e perché nacque quel primo motore, il capostipite di una rivoluzione non ancora conclusa.

Erano gli anni in cui si impazziva per l'energia a vapore. Che aveva cambiato i trasporti, la navigazione, I'industria. Ma un religioso, anzi un padre scolopio, uomo fragile e mite, dedito alle lettere e ancor più alla scienza, era convinto che quella forza legata al vapor acqueo, difficilmente si poteva domare.
E per questo, occorreva un sistema che utilizzando lo scoppio di una miscela di aria e di gas si facesse guidare, con minor spreco e con maggiore forza. Quell'uomo mite era Eugenio Barsanti. Nato nel 1821 a Pietrasanta, entrato nella congregazione degli Scolopi a 17 anni, poco più che ventenne già insegnava fisica e matematica in un collegio a Volterra. Fu qui, che si appassionò alle rierche di Volta e in particolare a quell'esperimento detto "della pistola" con il quale, utilizzando una 'miscela gassosa detonante si produceva forza motrice.

Era pura teoria. Ma trasferito a Firenze, prima del collegio di San Giovannino, in Via Martelli, poi allo Ximeniano, Barsanti ebbe i mezzi per trasformare l'idea in un motore vero e proprio. L'occasione gli offrì l'incontro con un ingegnere idraulico, il Matteucci, che lavorava alla bonifica del lago di Bientina.
I due depositarono il loro primo brevetto nel 1854, ma il motore costruito a Firenze nelle Officine Bernini, nacque soltanto il 19 Settembre 1860. Fu presentato all'Accademia dei Georgofili e quindi all'Esposizione che quell'anno si tenne nel capoluogo toscano.

Era un motore da 20 cavalli. Il quotidiano "La Nazione" ne dette notizia scrivendo che questa macchina non aveva bisogno di entrare in pressione come quella a vapore, bastava accendere e partire. Così per un motore marino o industriale. Non solo nelle macchine a vapore per produrre la forza di un cavallo per un'ora il costo di 12 centesimi, in quella di Barsanti e Matteucci solo di due. Non c'è dubbio. La scoperta era enorrne.

Consapevoli, Barsanti e Matteucci fondarono una società per lo sfruttamento del loro motore, il primo al mondo. Ma solo l'Italia lo riconobbe tale. In Europa, si preferì invece utilizzare un simile brevetto depositato nel '59 dal franco-belga Lenoir.

Inutili le proteste di Barsanti. La Francia, il Belgio, erano i paesi già fortemente industrializzati. Cosa poteva contro di loro un prete, italiano per giunta? E tuttavia una società mineraria di Liegi, nel 1864, decise di usare il motore di Barsanti. Lui si precipitò in Belgio. Furono fatti degli esperimenti e andarono a buon fine.

La produzione stava per partire quando il padre Scolopio si ammalò di tifo e in pochi giorni morì, scippato del suo brevetto come accadde in quegli anni anche ad aItri geni sfortunati come Meucci e Pacinotti.

Con la morte di Barsanti si sciolse anche la società che ne portava il nome. E se non fosse stato per gli scritti di padre Giovenazzi del Cardinale Maffi, e dell'ingegner Giuseppe Colombo, forse neppure a Pietrasanta ci ricorderemmo oggi di Barsanti. Il quale, oltre ad avere intuizioni geniali e la caparbietà di realizzarle, ebbe anche altri meriti. Capì per primo, che il motore a scoppio ci avrebbe cambiato anche l'anima. E in una lettera inviata al Papa Pio IX, una sorta di testamento spirituale, quasi arrivò a scusarsi se a causa della scoperta l'uomo si fosse ancor più distratto dalla vita contemplativa abbracciando invece un'idea materialistica.

Tratto dal quotidiano La Nazione del 20 Giugno 2000. Articolo di Maurizio Naldini.